Premio Speciale Galleria L'Occhio
sezione 'pittura'
4 Aprile -3 Maggio 2009
Galleria L'Occhio
Dorsoduro 181-185, Venezia
Venezia (VE)
http://www.gallerialocchio.net/
Tutte le scienze umane, dall'antropologia alla psicanalisi fronteggiano la sete di dominio e potere come costante della natura umana. Persino in economia, una disciplina che ha a che vedere molto con la matematica e le scienze esatte, il problema principale è di natura empirica: si tratta della scarsità, ovvero l'eccesso del desiderio umano rispetto a quanto può essere effettivamente prodotto. Che l'uomo, infatti, soffrisse di una spiccata“ volontà di potenza” era già noto da prima che Nietzsche la teorizzasse e la completasse dalla già precedente filosofia di Spinoza. Si tratta di un istinto innegabile, praticamente un assioma, che ha accompagnato il genere umano nella sua intera storia. L'uomo desidera avere più conoscenza, più longevità, più abilità, desidera controllare il tempo e lo spazio e il rapporto tra i due, vuole predominare su sé stesso e sugli altri, mette nomi ad ogni cosa esistente (e come scrive Capote, dare un nome è un po' possedere), cerca di indovinare e controllare il destino, indaga il divino e si permette di dargli una forma, e avanti così per un elenco infinito di elementi. Ma la forma base di predominio, quella più spiccia e che ognuno vive nel proprio quotidiano, è costituita dall'ambiente che forma la propria sfera intima: la propria abitazione, i propri oggetti, le forme del vivere che si tramutano in abitudini, sicurezze, standardizzazioni di se stessi. E' una zona di comfort in cui ognuno è libero in quanto privo di potere altrui e in cui può manifestare liberamente la propria volontà come fenomeno indiscusso, anche se il concetto originale anglosassone di “comfort zone” è di fatto un luogo inteso in maniera metaforica: in un certo senso è la parte conscia di noi stessi che ci permette una scelta delle situazioni che ci mettono a nostro agio.
Lo stesso concetto può essere però forzato ad abbracciare un senso più ampio, comprendendo anche lo spazio reale che circonda la persona, e che nel caso dell'ambiente domestico diventa in tutto e per tutto un prolungamento dell'individuo, una zona di conforto tangibile, dove muoversi in senso fisico e possedere materialmente qualcosa. E' questa “comfort zone” pratica e visibile che Luca Bidoli prende in considerazione nella sua ricerca, capovolgendone però il senso e svelando quella che si potrebbe dire una seconda faccia della stessa medaglia: da un lato l'ambiente-casa è innegabilmente un luogo di benessere, dall'altro è un simbolo dell'ottica antropocentrica. Questa non si limita a governare su oggetti forgiati dall'uomo per l'uomo, ma ha allargato la propria volontà di dominio all'esercizio innaturale di controllo su altri esseri viventi. Non si tratta certamente di una presa di posizione recente, anzi, nella storia del genere umano l'allevamento e poi l'agricoltura come rapporto di predominanza sugli animali e poi sulle piante ha un trascorso di già 10.000 anni. E non è eccessivo dire che se da un lato l'uomo si è creato un'immagine di Dio umanizzata, dall'altro ha cercato di trasformare se stesso in una divinità con poteri di vita e di morte sugli altri generi viventi. E' nato in questo modo il discorso che ha portato a considerarli come una evoluzione dell'elemento oggetto e così Luca Bidoli mette a confronto poltrone e pantofole insieme ad alberi potati e, soprattutto, alla presenza costante del cane sempre in primo piano. Il meccanismo sociale che un simile abbinamento vuole svelare non è scritto in modo manifesto nella tela, ma nasce all'interno dell'osservatore che di primo acchito è portato ad analizzare la scena come una situazione razionalmente logica, persino positiva, acquisita nella nostra forma mentis che vede effettivamente come collegati l'oggetto, la pianta e il cane in una “relazione di senso” profondamente legata all'individuo umano. Come viene costruito un divano, forgiandolo nel legno, così viene potato un albero o addestrato un animale domestico, dando agli ultimi due una dimensione artificialmente plasmata, costringendo la natura dentro uno schema che abbiamo ideato. Questa azione ormai storicizzata è paradossalmente così poco etica tanto quanto poco messa in discussione. In modo ipocrita queste forme di castrazione sono considerate un sistema quasi buonista di stabilire un rapporto con la natura. Non si dice forse che il cane è il miglior amico dell'uomo nello stesso istante in cui gli si ordina di sedersi o di rotolare? A innescare una piccola polemica in questo caso è appunto il lavoro pittorico di Bidoli che si pone in modo eccezionalmente intelligente in quanto non fronteggia apertamente nessuna posizione, ma innesca una dimostrazione per assurdo della sua tesi attraverso un linguaggio che ha un richiamo persino pop. Lo sfondo è sempre di un monocromo giallo o azzurro su cui le figure sono poste senza un vero e proprio senso e ordine, galleggiando senza un appoggio, bordate con una linea molto presente bianca o nera che le distacca dal colore denso e uniforme su cui sembrano quasi incollate. E' proprio questo un primo indizio di quanto questa convivenza fintamente naturale sia in realtà una costrizione. Il quadro è costruito in modo da far sembrare la pittura un collage di elementi, e sembra che i tre soggetti siano stati estrapolati dal loro contesto, ritagliati e strappati via, per essere immersi in questo fluido sfondo monocromo che è di fatto quella dimensione umana di volontà e potere di cui si parlava. In più, a manifestare che non ci si riferisce al ritratto di una situazione ma alla rappresentazione di un abito mentale umano, c'è la constatazione che più che di figure vere e proprie si tratta di sagome. Quasi manichini, silhouette, stereotipi dell'abitudine e che quindi non devono essere particolarmente tratteggiati in quanto sostanzialmente ritenuti privi di identità.
Ma se quindi più che di cani, piante e oggetti il quadro vuole parlare dell'uomo, del suo pregiudizio e delle sue costruzioni, come mai non viene inserito mai o quasi mai un soggetto persona? In effetti, più che non esserci, è sparito velocemente. La rapidissima progressione stilistica di Luca Bidoli che in soli due anni di attività gli ha fatto percorrere un percorso di ricerca di un avanzamento decisamente superiore alla media, l'ha portato a ottenere quel minimalismo per sottrazione che sta caratterizzando gran parte della nostra pittura europea e che vive di disorientamento spaziale non delineando più gli ambienti, e che accenna più che descrivere in un approssimatismo che spesso utilizza l'escamotage dell'invisibilità per parlare dei ricordi, del trascendente, dello spirituale. Così nei suoi primi lavori la figura umana era quasi sempre presente e molto spesso come ritratto della moglie Jacqueline (che lavora tra l'altro proprio sulla creazione di rapporti uomo-cane non dominativi e antropocentrici), mentre ora si è completamente disciolta dandone paradossalmente un'idea ancora più presente. L'essere umano non è più una delle figure ma è l'intero sfondo, o meglio è l'intera dimensione in cui ha costretto a vivere gli altri elementi. Questo stato di cattività, di ingabbiamento dell'animale dentro la visione della persona è accentuata con particolare violenza nei quadri dove la testa dei cani viene tagliata a metà, come una potatura su un vegetale, rendendo visibile l'operazione di limitazione e forzatura che viene attuata senza una reale consapevolezza.
Un tentativo di restituzione della dignità alle figure dei levrieri che appaiono nei quadri è poi esplicito negli ultimissimi lavori della serie chiamata “ascensione del cane al cielo” in cui ogni altro elemento sparisce per far posto alla figura centrale dell'animale che di fatto ascende, sale verso l'alto. E' una chiara rima religiosa che sfrutta la triangolazione cattolica del meccanismo che va dal peccato originale alla resurrezione, passando per il perdono divino. E' una metafora che riabbraccia e riallarga il nostro discorso servendosi di un abito mentale ancora più rigido e strutturato: quello costituito nel mondo occidentale dal cristianesimo. Se da un lato è vero che sempre di più si parla di diritti agli animali, di ecologia, di rispetto verso la natura, è anche vero che questi discorsi assumono stranamente la forma di un perdono e di un riscatto che arriva dall'esterno, dando ancora una posizione privilegiata dell'uomo che si arroga il compito di decidere quando e in che forma concedere diritti, proprio come un'eventuale divinità dovrebbe decidere quando e in che forma concederci l'ascensione a una seconda vita. E non solo con questa dinamica riconduciamo ancora e di più l'uomo a una posizione di superiorità, ma facciamo anche rientrare gli elementi naturali nella nostra stessa concezione del peccato, nello schema che ci siamo costruiti di rapporto tra il bene e il male, li “riscattiamo” facendoli risorgere con un meccanismo che sottintende una precedente punizione per un qualche peccato originario parallelo al nostro e li ingabbiamo in questo modo in un labirinto di rigori morali che noi ci siamo già abilmente autoimposti da sempre. In questo modo falliamo anche quello che al momento è il tentativo più valido di provare a staccare l'immaginario dell'animale - e della natura in genere - come un mero ingrediente del benessere umano e invece che riconoscere la possibilità di una propria volontà, di un proprio carattere e di una propria indipendenza lo costringiamo ulteriormente dentro nuove imposizioni concettuali.
Tutte queste riflessioni ovviamente destabilizzano un ordine così radicato da ritenerlo ormai precostituito e insindacabile. E' una miniatura della rivoluzione copernicana che ai suoi tempi mise in crisi il parere unanime che la terra come abitazione dell'umanità (e quindi come comfortzone in senso lato del genere umano) fosse al centro dell'universo. Così ancora oggi dobbiamo debellare l'idea che si sia al centro del mondo, che l'idea biblica di un uomo creato “affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” è solo la visione di una leggenda scambiata per religione. Non bisogna scordarsi però che si tratta di una rivoluzione culturale che comincia ad attuarsi nel XXI secolo e che quindi deve mantenere all'interno qualcosa di quella strategia di comunicazione di massa che il Novecento ci ha lasciato. Per questo il linguaggio dei colori porta subito a mitigare il disequilibrio che la dimostrazione per assurdo di Bidoli porta nello spettatore. Bianchi candidi, azzurri intensi, gialli accecanti e altri colori lucenti e forti come una copertina lucida di un magazine sono uno strumento che ha imparato molto dalla pop art, dalla pubblicità, dalla grafica – da cui l'artista non a caso proviene – e che addolcisce il messaggio con la ripetitiva insistenza subliminale di uno spot. Per questo non si può proprio dire che Luca Bidoli faccia una polemica contro qualcosa o qualcuno, piuttosto si può definire il suo come un tentativo di coinvolgimento in una nuova idea di uomo, animale, pianta e delle relazioni tra queste nella quotidianità occidentale.
Carolina Lio

















